Ablazione della fibrillazione atriale

Ablazione della fibrillazione atriale

 

Che cos’è la fibrillazione atriale?

La fibrillazione atriale è un’aritmia cardiaca caratterizzata da attività atriale rapida e non ritmica, con perdita della contrazione degli atri. Gli atri infatti non risultano più in grado di espellere tutto il sangue, che pertanto resterà in parte all’interno delle camere con il pericolo che si formino coaguli. Questo ritmo alterato è assolutamente compatibile con la vita, ma può provocare complicanze potenzialmente molto invalidanti.

La fibrillazione atriale può essere causata, tra l’altro, da difetti delle valvole cardiache o difetti cardiaci congeniti, dall’assunzione di farmaci, caffeina, tabacco e consumo di alcol, dall’ipertiroidismo o altri squilibri metabolici e dall’apnea notturna. In gran parte dei casi, la fibrillazione atriale viene dunque determinata da una malattia cardiovascolare, ma è possibile che si manifesti anche in soggetti che non soffrono di alcuna cardiopatia. In questo caso, solitamente si parla di fibrillazione atriale isolata (30% dei casi). Se alla fibrillazione atriale è correlato anche un vizio strutturale del cuore si tratta di fibrillazione atriale concomitante (50% dei casi). In alcuni individui colpiti da fibrillazione atriale non si manifesta nessun sintomo, o se sono presenti non vengono riconosciuti dal paziente, che si limita ad adeguare il proprio stile di vita. Questi soggetti spesso vivono senza rendersi conto della loro condizione fino al momento in cui questa non viene riscontrata dal medico in occasione di un esame obiettivo o di un elettrocardiogramma. I pazienti che invece presentano sintomi, più frequentemente segnalano palpitazioni, dispnea, debolezza o affaticabilità, di rado sincope e dolore toracico.

Viene effettuata la diagnosi attraverso esame obiettivo, elettrocardiogramma o ECG holter delle 24 ore. Clinicamente, a seconda del modo di presentazione, la fibrillazione atriale viene suddivisa in parossistica (quando gli episodi si manifestano, ma si risolvono spontaneamente in un tempo inferiore a una settimana), persistente (quando l’episodio aritmico non si interrompe spontaneamente ma solo attraverso interventi terapeutici esterni) e permanente (quando gli interventi terapeutici si sono rivelati inefficaci).

 

Che cos’è l’intervento di ablazione chirurgica della fibrillazione atriale?

Quando sia la terapia farmacologica sia un’eventuale cardioversione elettrica si siano rivelati inefficaci nel controllo del ritmo o della frequenza, se si manifestano gravi sintomi invalidanti, il trattamento di scelta nel cercare una soluzione al problema in caso di fibrillazione atriale isolata può essere un’ablazione transcatetere. Se anche l’ablazione transcatetere risulta inefficace, è possibile effettuare un’ablazione chirurgica con la chiusura dell’auricola sinistra: ci saranno probabilità di riuscita sicuramente più elevate a scapito di una maggiore invasività.

In caso di fibrillazione atriale correlata ad un’altra patologia strutturale del cuore, si eseguirà l’intervento seguendo le modalità e l’approccio richiesto dalla patologia cardiaca strutturale (sternotomia o minitoracotomia con circolazione extracorporea o a cuore battente). In caso di fibrillazione atriale isolata di tipo parossistico, è possibile eseguire l’intervento di ablazione attraverso una doppia toracoscopia a cuore battente, con un’invasività minima. In caso di fibrillazione atriale persistente o cronica, verrà effettuato un intervento di ablazione in minitoracotomia, con l’ausilio della circolazione extracorporea.

La probabilità di ripristino del ritmo normale del cuore (ritmo sinusale) può variare dal 70 al 90% in base al tipo di fibrillazione atriale e alla durata della fibrillazione prima di essersi sottoposti all’intervento.

 

L’intervento di ablazione chirurgica della fibrillazione atriale è pericoloso o doloroso?

I rischi associati a questo tipo di intervento sono il sanguinamento, le infezioni, il danno neurologico e il possibile impianto di un pace-maker.

 

Follow-up

Dopo l’intervento il paziente viene trasferito in terapia intensiva, per restare sotto osservazione per 12-24 ore, prima di essere ritrasferito in reparto di degenza. Dopo 4 o 5 giorni dall’intervento il paziente può essere dimesso dall’ospedale ed essere trasferito direttamente presso un centro di riabilitazione cardiologica, dove resterà ricoverato per circa 15 giorni o direttamente a domicilio a seconda dei casi.

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Ablazione della via accessoria

Ablazione della via accessoria

 

In caso di sindrome di Wolff-Parkinson-White (WPW), una volta confermata l’indicazione al trattamento con RF, si procede con il ricorso all’ablazione della via accessoria, costituita dall’erogazioni di polsi puntiformi, millimetrici, di radiofrequenza, effettuati con un catetere ablatore in corrispondenza della via anomala: in questo modo si interrompe la conduzione elettrica lungo tale struttura. Una volta eliminata la via anomala, viene nuovamente eseguito lo studio elettrofisiologico in modo da confermare la buona riuscita della procedura, registrando l’impossibilità che le tachicardie vengano nuovamente indotte. L’esame elettrofisiologico e l’ablazione vengono eseguiti in anestesia locale, effettuata a livello inguinale destro. Gli elettrocateteri necessari per lo studio elettrofisiologico e per l’ablazione vengono introdotti mediante la puntura della vena femorale. Il pomeriggio stesso il paziente è in grado di alzarsi e la mattina successiva può essere dimesso. Dopo aver eseguito una ablazione efficace, se non si presentano altri tipi di aritmia o di cardiopatia, non è necessario iniziare alcuna terapia farmacologica.

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Ablazione delle tachicardie atriali

Ablazione delle tachicardie atriali

 

Lo studio elettrofisiologico permette la creazione di una mappa elettrica del cuore e l’individuazione del punto da cui la tachicardia ha origine; attraverso il catetere ablatore, poi, vengono erogate scariche di radiofrequenza che andranno a bruciare il gruppo di cellule responsabili dell’aritmia.

 

Che cos’è l’ablazione delle tachicardie atriali?

Le tachicardie atriali sono aritmie secondarie ad aumentata automaticità di alcune cellule atriali, che in particolari condizioni si attivano e scatenano l’aritmia. Il trattamento di scelta di queste aritmie è l’ablazione transcatetere.

Il flutter atriale è un’aritmia secondaria alla presenza di un circuito elettrico aggiuntivo che si trova quasi sempre in atrio destro, di rado in atrio sinistro. Il circuito elettrico è rappresentato da un anello che occupa tutta la circonferenza dell’atrio.

 

Funzionamento dell’ablazione delle tachicardie atriali

Lo studio elettrofisiologico determina la creazione della mappa elettrica del cuore e l’individuazione del punto da cui la tachicardia ha origine; successivamente, attraverso il catetere ablatore, vengono erogate scariche di radiofrequenza che andranno a bruciare il gruppo di cellule responsabili dell’aritmia. Nel caso in cui il gruppo di cellule responsabile si trovi in atrio destro, la procedura risulta essere tecnicamente più semplice; nel caso in cui il focus aritmogeno sia posizionato nelle sezioni di sinistra, la procedura risulta più complessa, per cui analogamente al trattamento della fibrillazione atriale viene richiesto un passaggio tramite ago attraverso il forame ovale (puntura transettale).

La procedura di scelta per il trattamento della forma più comune di flutter, quella destra, è rappresentata dall’interruzione del circuito attraverso la procedura di ablazione con radiofrequenza in una particolare zona, definita istmo cava inferiore-tricuspide, che si può facilmente individuare dal punto di vista elettrico e tramite guida fluoroscopica (raggi X).

 

Come avviene la procedura?

Il tutto viene eseguito in regime di ricovero. Durante l’esecuzione della procedura il paziente è cosciente: viene eseguita solo l’anestesia locale in sede di accesso venoso (femorale destro). La durata della procedura può variare a seconda della difficoltà nel raggiungere il focus aritmico con il catetere ablatore (1-4 ore).

Se non si verificano complicanze, il paziente può essere dimesso già il giorno successivo.

 

L’ablazione delle tachicardie atriali è dolorosa o pericolosa?

In genere la procedura viene ben tollerata; gli unici disturbi che possono manifestarsi nel paziente sono il reperimento dell’accesso vascolare e, in alcuni casi, il momento dell’ablazione (sensazione di bruciore al petto). Durante la procedura esiste anche la possibilità che il paziente avverta la tachicardia, che l’operatore cerca di indurre allo scopo di poterla adeguatamente mappare e reperirne il punto di origine.

 

Chi può sottoporsi al trattamento?

Sono candidabili alla procedura tutti i pazienti che manifestano tachicardie atriali non responsive ai farmaci antiaritmici o che non tollerano questi ultimi.

 

Follow up

I successivi controlli possono prevedere valutazioni cliniche e l’esecuzione periodica di ecg holter per poter rivelare eventuali recidive asintomatiche.

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Ablazione delle tachicardie da rientro

Ablazione delle tachicardie da rientro

 

L’ablazione delle tachicardie da rientro è una terapia ablativa fondata sull’individuazione della via accessoria attraverso lo studio elettrofisiologico endocavitario e successiva ablazione tramite radiofrequenza della stessa.

 

Che cos’è l’ablazione delle tachicardie da rientro?

Le tachicardie da rientro nodale (AVNRT) sono aritmie secondarie alla presenza di una via elettrica aggiuntiva a livello del nodo atrioventricolare, la cui presenza determina la possibilità che si verifichino dei “cortocircuiti” attraverso i quali l’impulso elettrico continua a diffondersi attraverso le due vie (quella fisiologica e quella aggiuntiva) perpetrando l’aritmia.

La terapia ablativa è basata sull’ablazione transcatetere con radiofrequenza della via nodale aggiuntiva, la cui posizione è solitamente semplice da individuare e piuttosto simile in ogni individuo.

 

Le tachicardie da rientro atrioventricolare (AVRT) sono aritmie secondarie alla presenza di un fascio accessorio, esterno al normale sistema di conduzione: questo unisce atri e ventricoli e consente una rapida conduzione degli impulsi da una camera all’altra, favorendo il verificarsi di aritmie da rientro.

 

Funzionamento dell’ablazione delle tachicardie da rientro

La terapia definitiva è basata sull’individuazione della via accessoria attraverso lo studio elettrofisiologico endocavitario e la successiva ablazione tramite radiofrequenza della stessa. Dal punto di vista tecnico la procedura risulta essere più complicata nel caso in cui la via accessoria sia posizionata nelle sezioni sinistre del cuore, poiché richiede il passaggio da destra a sinistra tramite l’utilizzo di un ago attraverso il forame ovale.

 

Come avviene la procedura?

Il tutto viene effettuato in regime di ricovero. Durante la procedura il paziente resta cosciente: viene eseguita solo l’anestesia locale in sede di accesso venoso (femorale destro). La durata della procedura può variare a seconda della difficoltà nel raggiungere il punto esatto con il catetere ablatore (1-2 ore).

Se non si verificano complicanze, il paziente può essere dimesso il giorno successivo.

 

L’ablazione delle tachicardie da rientro è dolorosa o pericolosa?

Solitamente la procedura viene ben tollerata; gli unici disturbi che possono manifestarsi nel paziente sono il reperimento dell’accesso vascolare e, in alcuni casi, il momento dell’ablazione (sensazione di bruciore al petto). Inoltre, mentre la procedura viene eseguita, il paziente potrebbe avvertire la tachicardia: è l’operatore che cerca di innescarla per poterla adeguatamente mappare e reperirne il punto di origine.

 

Chi può sottoporsi al trattamento?

È necessario considerare l’ablazione transcatetere come la prima scelta terapeutica per i pazienti colpiti da tachicardia da rientro nodale, in considerazione dell’elevata efficacia e sicurezza della procedura. Inoltre rappresenta la prima scelta terapeutica per i pazienti portatori di vie accessorie atrioventricolari sintomatici per tachicardie da rientro o la cui via presenti delle caratteristiche elettrofisiologiche di particolare pericolosità.

 

Follow-up

Nei successivi controlli possono esserci delle valutazioni cliniche e l’esecuzione periodica di ecg holter nel primo anno dopo l’ablazione.

In seguito, in presenza di stabilità clinica, è possibile che non siano necessari ulteriori controlli cardiologici.

 

 

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Ablazione di tachicardia atriale

Ablazione di tachicardia atriale

 

Attraverso l’ablazione si può eliminare il gruppo di cellule responsabili dell’aritmia.

 

In caso di tachicardia atriale, gli approcci per l’ablazione saranno diversi in base al sito di origine.

 

In caso di tachicardie ad origine dall’atrio sinistro potrà essere necessario eseguire la puntura transettale per raggiungere le sezioni cardiache di sinistra.

 

Alcune tachicardie atriali possono dipendere invece da un rientro riconoscibile macroscopicamente e, solitamente, si presentano a frequenza più elevata (anche oltre i 250 bpm). In questi casi si parla di flutter atriali, che sono delle aritmie da rientro in cui l’intero corto circuito a sostegno dell’aritmia è posizionato all’interno degli atri.

Parliamo di flutter atriale tipico se il circuito si trova nell’atrio destro e attraversa l’area tra la vena cava inferiore e la valvola tricuspide. Solitamente il flutter atriale risulta poco sensibile ai farmaci e spesso è richiesta la cardioversione elettrica. È possibile che lo studio elettrofisiologico confermi la diagnosi di flutter atriale tipico: in tal caso verrà eseguita l’ablazione transcatetere dell’istmo cavo-tricuspidalico.

Si verificherà il ripristino del ritmo sinusale durante l’erogazione di radiofrequenza se viene eseguita in corso di aritmia.

Nel caso di flutter atriale atipico sarà necessaria l’identificazione del circuito specifico dell’aritmia: in genere la manifestazione di un flutter atipico avviene in presenza di una cardiopatia strutturale e in esiti di un intervento cardiochirurgico.

 

Generalmente il circuito dell’aritmia si verifica attorno alle barriere di conduzione rappresentate dalle suture chirurgiche correlate alle barriere anatomiche fisiologiche. Dopo avere individuato il percorso dell’aritmia, dunque, sarà necessaria l’identificazione del “punto debole”, dove l’ablazione potrà avere successo con maggiore sicurezza e semplicità.

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Ablazione trans catetere

Ablazione trans catetere

 

L’ablazione trans catetere rappresenta una procedura terapeutica mirata al trattamento e all’eliminazione di diverse aritmie cardiache mediante la bruciatura, in seguito all’erogazione di radiofrequenza del sito o della via anomala che determinano l’aritmia.

 

Che cos’è l’ablazione trans catetere?

L’ablazione trans catetere è una procedura terapeutica capace di trattare ed eliminare molte delle aritmie cardiache tramite la bruciatura, con radiofrequenza, del sito o della via anomala interessati dalla genesi dell’aritmia stessa.

L’esecuzione di questa procedura viene effettuata dopo lo studio elettrofisiologico, ossia un altro esame che consiste nel valutare il sistema elettrico del cuore e che rappresenta la base per la successiva caratterizzazione ed eliminazione dell’eventuale aritmia presente.

 

Funzionamento dell’ablazione trans catetere

L’esecuzione dell’ablazione trans catetere avviene attraverso l’erogazione di energia elettrica (radiofrequenza) dalla punta metallica di un particolare elettrocatetere, di materiale plastico, che viene introdotto per via venosa (generalmente femorale) e portato, sotto guida fluoroscopia (raggi X) all’interno del cuore; l’erogazione di energia elettrica determina un riscaldamento della punta metallica, e tale riscaldamento causa delle piccolissime bruciature. In base alla lettura dei segnali elettrici riportati, si posiziona il catetere nel punto in cui appare più facile l’ottenimento dell’interruzione dell’aritmia; con questa metodica si applica la radiofrequenza soltanto nei punti interessati dalla genesi dell’aritmia e il tessuto miocardico normale non viene danneggiato.

 

Come avviene la procedura?

Le ablazioni trans catetere in gran parte vengono eseguite quando il paziente è cosciente (tranne nel caso dell’ablazione della fibrillazione atriale) e pertanto in qualsiasi momento è possibile per il paziente comunicare con il medico operatore, segnalando ogni eventuale disturbo. In gran parte dei casi, tuttavia, la procedura non dà luogo ad una particolare sintomatologia se non una lieve sensazione di bruciore mentre viene erogata la radiofrequenza. Perché la procedura abbia successo è necessario avere la collaborazione del paziente, il quale deve muoversi il meno possibile (in special modo mentre viene erogata la radiofrequenza) per evitare che il catetere ablatore cambi posizione, evenienza che potrebbe influire sull’esito positivo della procedura stessa.

 

 

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Ablazione trans catetere della tachicardia da rientro nodale

Ablazione trans catetere della tachicardia da rientro nodale

 

Una volta risolto l’episodio aritmico, si può procedere con lo studio elettrofisiologico con ablazione trans catetere del circuito della tachicardia, che attualmente rappresenta la terapia riconosciuta come gold standard per il trattamento della tachicardia da rientro nodale. Nei pazienti con doppia via nodale il decorso della via rapida all’interno del nodo atrioventricolare corrisponde al tratto superiore e anteriore, mentre il tratto posteriore corrisponde alla via lenta.

Lo studio elettrofisiologico comporta l’esecuzione di stimolazioni atriali e ventricolari allo scopo di evidenziare la presenza della duplicità nodale AV. Dopo aver confermato la presenza di doppia via nodale e dopo aver fatto diagnosi di TRN, si prosegue con l’ablazione della via lenta che consiste nell’erogazioni di polsi puntiformi, millimetrici, di radiofrequenza, effettuati con un catetere ablatore, in corrispondenza della via lenta, in modo tale da interrompere la conduzione elettrica lungo uno dei due bracci del cortocircuito (la via lenta anterograda).

Dopo aver eliminato la via lenta viene nuovamente eseguito lo studio elettrofisiologico in modo da confermare la buona riuscita della procedura, registrando l’impossibilità a comportare di nuovo tachicardie. L’esame elettrofisiologico e l’ablazione vengono eseguiti in anestesia locale, eseguita a livello inguinale destro.

Gli elettrocateteri necessari per lo studio elettrofisiologico e per l’ablazione vengono inseriti mediante la puntura della vena femorale. Il pomeriggio stesso il paziente si può alzare e la mattina successiva può essere dimesso.

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Acne cistica

Acne cistica

 

L’acne cistica è un particolare disturbo dalle caratteristiche cronico-infiammatorie localizzabili nel follicolo pilifero e delle ghiandole sebacee e si presenta con comedoni (punti neri chiusi e aperti), papule (elementi infiammati) e pustole (brufoli col puntino bianco o giallo).

Il comedone è un accumulo squamoso che si presenta come tappo allo sbocco dei follicoli, le papule e le pustole si formano invece a causa della crescita affrettata dei batteri della pelle all’interno dei follicoli.

 

Che cos’è l’acne cistica?

L’acne cistica è la forma più grave di acne e compare nel periodo della pubertà o tra i 20 e i 30 anni e si caratterizza per i noduli e le cisti di diversa grandezza sulle zone di viso e tronco. A soffrirne possono essere sia donne che uomini.

 

Da cosa è originata l’acne cistica?

Attualmente non sono ancora note le cause scatenanti dell’acne cistica, la comunità medica ritiene comunque che questa forma acuta possa essere connessa all’eccessiva attivazione delle ghiandole sebacee per stimolo neuroendocrino. I noduli si formano a partire dall’accumulo di secrezioni in profondità. Le cisti sono grumi pieni di pus sotto la superficie della pelle, sono dolorose e possono causare cicatrici, soprattutto se viene trattata in modo opportuno.

 

Quali sono i sintomi dell’acne cistica?

I sintomi dell’acne cistica sono la presenza dei noduli e cisti, infiammazione e dolore.

 

Come prevenire l’acne cistica?

I soggetti affetti da questo tipo di acne dovrebbero seguire i consigli di seguito per trattare il disturbo:

  • Detergere con regolarità, ma non troppo frequentemente, la pelle con prodotti delicati e non schiumogeni. Per detergere la pelle da cellule morte e dal sebo in eccesso senza irritarla sono sufficienti due pulizie al giorno.
  • Non utilizzare cosmetici in crema perché favoriscono l’acne e utilizzare i trucchi minerali.
  • Struccarsi con detergente non schiumogeno prima di andare a dormire ogni sera per far respirare la pelle.
  • Non sfregare la pelle con tessuti che possano peggiorano l’acne quali tessuti di cotone, colli aperti, niente sciarpe.

 

Durante il periodo estivo la pelle va protetta dall’esposizione solare con foto riflettenti minerali e non con creme solari.

 

Diagnosi

La diagnosi è fatta attraverso esame obiettivo che evidenzia la presenza di noduli e cisti.

 

Trattamenti

Il farmaco più efficace è l’Isotretinoina, un derivato della vitamina A, in grado di far regredire l’acne cistica in quattro/sei mesi di trattamento nella quasi totalità dei casi. Purtroppo questo farmaco, assunto a lungo termine, produce differenti tipi di tossicità e pertanto va usato, sotto controllo dermatologico, solo in casi selezionati.

Nel caso in cui non si possa o voglia prendere l’Isotretinoina si impiega il Micropeeling e la Terapia Fotodinamica: questa metodica produce la guarigione dell’acne cistica in tempi più lunghi ma ha il vantaggio di non assumere farmaci e non avere tossicità.

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Ambliopia (occhio pigro)

Ambliopia (occhio pigro)

 

L’ambliopia, patologia anche chiamata “dell’occhio pigro”, colpisce circa il 4% della popolazione mondiale. Questa condizione porta ad una riduzione più o meno marcata della capacità visiva di un occhio o, più raramente, di entrambi.

Brevemente si può dire che deriva da un’alterata trasmissione del segnale nervoso tra l’occhio e il cervello. Quest’ultimo privilegia quindi l’occhio con la maggiore acuità visiva rispetto a quello con acuità visiva ridotta.

Questa patologia, ad oggi, può essere trattata con possibilità di successo parziale o completo solamente intervenendo entro i primi 5-6 anni di vita di un bambino.

 

Cos’è l’ambliopia?

Solitamente monolaterale, l’ambliopia può essere determinata da patologie oculari che, durante lo sviluppo del sistema visivo del bambino nei suoi primi anni di vita (0-6 anni), impediscono allo stimolo visivo il raggiungimento della retina, dovuto ad esempio alla cataratta in età pediatrica, molto spesso congenita.

Frequentemente si presenta in occhi perfettamente sani dal punto di vista anatomico. La causa è da ricercarsi in una difetto di refrazione non corretto per tempo che altera la normale stimolazione sensoriale del sistema visivo.

 

Quali sono le cause dell’ambliopia?

Le cause più frequenti dell’ambliopia sono:

Lo strabismo, cioè un allineamento non corretto degli occhi, causato da un malfunzionamento dei nervi oculomotori che ne controllano i movimenti.

Cataratta congenita e ptosi palpebrale

Anisometropia, cioè la condizione in cui i due occhi hanno una rifrazione diversa.

 

Quali sono i sintomi dell’ambliopia?

I sintomi dell’occhio pigro sono molto raramente riferiti dal paziente data la sua giovane età e quindi l’incapacità di riportare la differenza visiva tra i due occhi. E’ quindi di fondamentale importanza sottoporre il bambino ad una visita oculistica preventiva entro i primi 3-4 anni di vita, indipendentemente dalla presenza o meno di sintomi. Ad oggi vi è la tendenza ad anticipare ulteriormente la visita oculistica al primo anno di vita del bambino al fine di avere una diagnosi il più possibile precoce.

Anche se l’occhio pigro colpisce solitamente solo un occhio, non sono rari i casi che interessi entrambi gli occhi.

 

Diagnosi

Gli esami utili per determinare una diagnosi di ambliopia sono:

Visita oculistica

Valutazione ortottica con studio della motilità oculare

 

Trattamenti

La terapia anti-ambliopica va individuata il più presto possibile in stretta collaborazione con l’ortottista che deve inizialmente valutare e quindi correggere i difetti refrattivi e/o delle cause che anatomicamente ostacolano la corretta proiezione sulla retina delle immagini dell’ambiente esterno (come cataratta o ptosi palpebrale), Si passa quindi alla terapia vera e propria che consiste nell’occlusione diretta dell’occhio con bende o adesivi semitrasparenti posti sugli occhiali.

 

Prevenzione

La diagnosi precoce è di fondamentale importanza per la prevenzione dell’ambliopia e del suo eventuale trattamento. Importante quindi è lo screening preventivo da effettuarsi anche a partire dall’età di sei mesi seguito da controlli periodici nell’arco dei primi 5-6 anni di vita del bambino.

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Anastomosi delle tube (o salpingi)

Anastomosi delle tube (o salpingi)

 

Il primo intervento chirurgico con il robot è stato eseguito sulle salpingi, ambito chirurgico fra i più complessi, riguardante le pareti delle tube uterine.

L’indicazione di procedere con la chirurgia robotica per la riapertura delle salpingi dopo legatura delle stesse per sterilizzazione volontaria, sta proprio nella qualità delle suture, che possono essere eseguite con facilità grazie agli strumenti robotici. Infatti, l’anastomosi delle salpingi prevede una serie di punti con fili riassorbibili estremamente sottili, usati per ricostruire lo strato muscolare e la sierosa delle salpingi.

L’estrema precisione dell’operazione microchirurgica riporta in letteratura in prima esperienza, un successo in termini di gravidanze del 50% (in assenza di gravidanze ectopiche). Se esistono gli estremi per eseguire un tentativo di anastomosi tubarica, la tecnica robotica rimane la prima scelta per le qualità espresse dal robot in questo genere di intervento.

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Aneurismi dell’aorta addominale

Aneurismi dell’aorta addominale

 

Che cosa è un aneurisma?

Il termine aneurisma indica una dilatazione localizzata e permanente di un’arteria causata dal danneggiamento delle fibre elastiche e muscolari presenti nella parete. Privo così della sua solita elasticità e sotto la spinta della pressione del sangue, il vaso si allarga progressivamente. L’evoluzione naturale dell’aneurisma comporta un progressivo aumento di calibro del tratto di arteria interessato fino all’inevitabile rottura del vaso. I fattori di rischio che possono partecipare alla formazione dell’aneurisma sono ipertensione, familiarità, livelli elevati di colesterolo, diabete e fumo. Una malattia molto diffusa è l’aneurisma dell’aorta, che interessa il 6% circa della popolazione di età superiore a 60 anni, e colpisce più frequentemente gli uomini. Gli aneurismi più diffusi colpiscono l’aorta addominale sottorenale, allargandosi talvolta alle arterie iliache, cioè ai due rami principali di divisione dell’aorta diretti agli arti inferiori.

 

Sintomi dell’aneurisma

Il più delle volte l’aneurisma dell’aorta addominale è totalmente asintomatico, ossia non ci sono segni che possano avvertire della sua presenza. Molto spesso, infatti, viene diagnosticato in occasione di esami o visite eseguiti per altre ragioni. A volte è possibile avvertire un dolore al dorso ed alla regione lombare, a causa della compressione effettuata dall’aneurisma sui corpi vertebrali e sulle radici nervose. Sintomi molto diversi si presentano invece in caso di rottura dell’aneurisma: l’emorragia provoca dolori addominali o dorsali con anemia e calo importante dei valori di pressione arteriosa. In presenza di questi gravi disturbi è necessario il ricovero in ospedale immediato per il trattamento.

Come viene effettuata la diagnosi

Palpazione dell’addome

Ecografia addominale o l’ecocolordoppler

Tomografia assiale computerizzata (TAC)

Angio-risonanza magnetica (angio-RNM)

Per i soggetti che presentano fattori di rischio (ipertensione, familiarità, fumo, valori elevati di colesterolo, storia personale di malattia di cuore o delle arterie degli arti inferiori e delle carotidi, diabete, malattie croniche polmonari) è importante eseguire periodicamente un esame ecografico o ecocolordoppler con studio dei diametri dell’aorta. Il medico specialista suggerirà eventualmente il tipo di esami per approfondimento, valutandone anche la necessità.

Trattamenti

Aneurismectomia tradizionale

Aneurismectomia con tecnica endovascolare

È necessario che la scelta tra le due diverse modalità di trattamento venga effettuata solo dopo aver attentamente valutato i dati relativi alle condizioni generali, con particolare riferimento a malattie di cuore, polmoni e reni, e le dimensioni e morfologia della dilatazione aneurismatica.

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Angina pectoris

Angina pectoris

 

L’angina pectoris è una malattia che si identifica in larga misura con il proprio sintomo principale; il termine proviene dal latino e indica il dolore al torace. Viene provocata da un temporaneo scarso afflusso di sangue al cuore che comporta la mancanza di ossigeno al tessuto cardiaco. Il fenomeno prende anche il nome di ischemia, che però nell’angina pectoris è reversibile e non arriva al punto di causare un danno cardiaco permanente. Solitamente il sintomo principale della malattia è un dolore toracico improvviso, acuto e transitorio; è anche possibile che si avvertano: pesantezza a torace e arti superiori, formicolìo o indolenzimento nella stessa sede, affaticamento, sudorazione, nausea. I sintomi possono variare molto da individuo a individuo per intensità e durata.

Che cos’è l’angina pectoris?

L’angina si distingue in diverse tipologie:

Angina stabile o da sforzo: viene determinata da uno sforzo fisico, dal freddo o dall’emozione. In questo caso si ha manifestazione del sintomo della malattia nel momento in cui si sta svolgendo l’attività fisica, in special modo se esposti alle basse temperature, o al culmine di uno stress emotivo. Questa è la forma più diffusa, ma anche quella maggiormente controllabile.

Angina instabile: in questo caso il dolore si presenta in maniera imprevista, anche a riposo, o in caso di sforzi fisici modesti. Può essere causata dall’ostruzione temporanea di una coronaria da parte di un coagulo, detto anche trombo, che si forma su una malattia aterosclerotica delle pareti vasali. Per questo rappresenta la forma più pericolosa, da trattare tempestivamente, poiché fortemente correlata al rischio di progressione verso un infarto acuto del miocardio. Anche l’angina variante o di Prinzmetal può essere considerata una forma di angina instabile. L’angina variante viene provocata da uno spasmo in una delle coronarie, con restringimento importante, anche se temporaneo, del vaso fino a compromettere in modo significativo il flusso di sangue e a determinare ischemia associata a dolore toracico. L’angina di Prinzmetal è una malattia abbastanza rara che non è in genere correlata ad aterosclerosi del vaso coronarico interessato dallo spasmo.

Angina secondaria: in questa tipologia sono comprese tutte quelle forme di “ischemia” cardiaca che non sono causate da restringimenti o ostruzioni coronariche, ma da altre patologie quali l’insufficienza aortica, la stenosi mitralica, l’anemia grave, l’ipertiroidismo e le aritmie.

Quali sono le cause dell’angina pectoris?

L’angina viene provocata dalla riduzione, temporanea, dell’afflusso di sangue al cuore. Il sangue trasporta l’ossigeno necessario ai tessuti del muscolo cardiaco per vivere. Se il flusso di sangue non è adeguato si verificano le condizioni per un’ischemia. La riduzione del flusso può essere determinata da un restringimento critico delle coronarie (stenosi), tale da non permettere un apporto sufficiente, in presenza di aumentate richieste di ossigeno da parte del tessuto cardiaco (durante attività fisica, freddo o stress emotivo). Ciò si verifica più spesso in caso di aterosclerosi coronarica, malattia che colpisce le pareti dei vasi sanguigni tramite la formazione di placche a contenuto lipidico o fibroso, che si sviluppano verso la progressiva riduzione del lume o verso l’ulcerazione e la formazione brusca di un coagulo al di sopra del punto di lesione. L’ostruzione/restringimento della coronaria può avvenire più raramente anche per spasmo della stessa, solitamente senza alterazioni aterosclerotiche delle pareti vasali. Lo sviluppo di aterosclerosi viene favorito da condizioni come il fumo, il diabete, l’ipertensione e l’obesità.

Con quali sintomi si manifesta l’angina pectoris?

Tra i sintomi dell’angina sono compresi:

Dolore acuto, pesantezza, formicolìo o indolenzimento al torace, che talvolta si può estendere verso spalle, braccia, gomiti, polsi, schiena, collo, gola e mandibola

Dolore prolungato nella parte superiore dell’addome

Mancanza di respiro (dispnea)

Sudorazione

Svenimento

Nausea e vomito

In che modo si può prevenire l’angina pectoris?

In primo luogo si può prevenire l’angina pectoris attraverso la prevenzione dell’aterosclerosi coronarica, mettendo in atto tutte le misure atte a controllare i principali fattori di rischio cardiovascolare. Si dovrebbe evitare la sedentarietà, effettuare un’attività fisica moderata e regolare; evitare, se si sono verificati episodi di dolore anginoso, sforzi eccessivi e fonti di stress psicofisico; evitare sovrappeso e obesità, seguire un regime alimentare sano, povero di grassi e ricco di frutta e verdura; evitare pasti abbondanti e il consumo di alcolici; non fumare o smettere di farlo.

Per chi è affetto da diabete è necessario attuare tutte le misure per tenere sotto un controllo adeguato la glicemia. I soggetti diabetici dovranno, inoltre, controllare periodicamente la pressione sanguigna.

Diagnosi

Chi ha anche solo un sospetto episodio di angina, dovrebbe consultare tempestivamente il medico per effettuare gli esami del caso, che comprendono:

Elettrocardiogramma (ECG): registra l’attività elettrica del cuore e permette l’individuazione della presenza di anomalie suggestive per ischemia miocardica. L’Holter è il monitoraggio prolungato nelle 24 ore dell’ECG: nel caso di sospetta angina permette la registrazione dell’elettrocardiogramma nella vita di tutti i giorni e in particolare nelle situazioni in cui il paziente riferisce di avere la sintomatologia.

Il test da sforzo: l’esame consiste nel registrare un elettrocardiogramma nel momento in cui il paziente compie uno sforzo fisico, in generale mentre cammina su un tapis roulant o pedala su una cyclette. La conduzione di questo test viene effettuata seguendo dei protocolli predefiniti, mirati a valutare al meglio la riserva funzionale del circolo coronarico. Il test si interrompe con la comparsa di sintomi, alterazioni ECG o pressione elevata o una volta raggiunta l’attività massimale per quel paziente in mancanza di segni e sintomi indicativi di ischemia.

Scintigrafia miocardica: è una metodica impiegata per valutare l’ischemia da sforzo in pazienti per cui solo l’elettrocardiogramma non sarebbe adeguatamente interpretabile. Anche in questa situazione l’esame del paziente può essere eseguito con cyclette o tapis roulant. Al monitoraggio elettrocardiografico si aggiunge la somministrazione endovenosa di un tracciante radioattivo che, se l’afflusso di sangue al cuore è regolare, si posiziona nel tessuto cardiaco. Dal tracciante radioattivo viene emesso un segnale che può essere rilevato da un’apposita apparecchiatura chiamata Gamma-camera. Se il radiotracciante viene somministrato in situazione di riposo e al culmine dell’attività, viene valutata l’eventuale comparsa di assenza di segnale in quest’ultima condizione: ciò indica che il paziente manifesta un’ischemia da sforzo. In base a questo esame è possibile non solo diagnosticare la presenza di ischemia ma anche fornire un’informazione più accurata sulla sua sede e sull’estensione. Lo stesso esame può essere effettuato inducendo l’ipotetica ischemia con un farmaco ad hoc e non con l’esercizio fisico vero e proprio.

Ecocardiogramma: è un test di immagine per visualizzare le strutture del cuore e il funzionamento delle sue parti mobili. L’apparecchio irradia un fascio di ultrasuoni al torace, tramite una sonda appoggiata sulla sua superficie, e rielabora gli ultrasuoni riflessi che tornano alla stessa sonda dopo aver interagito in modo diverso con le varie componenti della struttura cardiaca (miocardio, valvole, cavità). Si possono raccogliere le immagini in tempo reale anche durante l’esecuzione di un test da sforzo, fornendo in quel caso informazioni molto importanti sulla capacità del cuore di contrarsi correttamente durante l’attività fisica. Così come la scintigrafia anche l’ecocardiogramma può essere registrato dopo aver somministrato al paziente un farmaco che può indurre un’eventuale ischemia (ECO-stress), consentendo di diagnosticarla e valutarne l’estensione e la sede.

Coronografia o angiografia coronarica: è l’esame con cui è possibile visualizzare le coronarie praticando al loro interno l’iniezione di mezzo di contrasto radiopaco. L’esame viene effettuato in un’apposita sala radiologica, in cui vengono rispettate tutte le misure di sterilità necessarie. L’iniezione del contrasto nelle coronarie presuppone il cateterismo selettivo di un’arteria e l’avanzamento di un catetere fino all’origine dei vasi esplorati.

TC cuore o tomografia computerizzata (TC): è un esame diagnostico attraverso immagini per la valutazione della presenza di calcificazioni causate da placche aterosclerotiche nei vasi coronarici, indicatore indiretto di un rischio elevato di patologia coronarica maggiore. Utilizzando gli apparecchi attuali, anche con la somministrazione di mezzo di contrasto per via endovenosa, si può ricostruire il lume coronarico e ottenere informazioni su eventuali restringimenti critici.

Risonanza Magnetica Nucleare (RMN): produce immagini dettagliate della struttura del cuore e dei vasi sanguigni tramite la registrazione di un segnale emanato dalle cellule sottoposte a un intenso campo magnetico. Consente la valutazione della morfologia delle strutture del cuore, della funzione cardiaca ed eventuali alterazioni del movimento di parete secondarie a ischemia indotta farmacologicamente (RMN cardiaca da stress).

Trattamenti

Il trattamento dell’angina è mirato a migliorare la perfusione delle coronarie e a evitare il rischio di infarto e trombosi. Nella terapia sono incluse diverse opzioni, farmacologiche o interventistiche, che il cardiologo valuta in relazione al quadro clinico:

Nitrati (nitroglicerina): è una categoria di farmaci impiegata per promuovere la vasodilatazione delle coronarie, consentendo così un aumento del flusso di sangue verso il cuore.

Aspirina: è stato appurato da studi scientifici che l’aspirina riduce la probabilità di infarto. Questo farmaco, infatti, svolge un’azione antiaggregante che previene la formazione di trombi. La stessa azione viene svolta anche da altri farmaci antipiastrinici (ticlopidina, clopidogrel, prasugrel e ticagrelor), che possono essere somministrati in alternativa o in combinazione con l’aspirina stessa, secondo le diverse condizioni cliniche.

Beta-bloccanti: contribuiscono a ridurre il lavoro del cuore e quindi anche il suo fabbisogno di ossigeno rallentando il battito cardiaco e abbassando la pressione sanguigna.

Statine: farmaci che svolgono il controllo del colesterolo, limitando la produzione e l’accumulo sulle pareti delle arterie e rallentando, così, lo sviluppo o la progressione dell’aterosclerosi.

Calcio-antagonisti: hanno un’azione di vasodilazione sulle coronarie che permette l’aumento del flusso di sangue verso il cuore.

L’opzione interventistica comprende:

L’angioplastica coronarica percutanea, che è un intervento che prevede l’inserimento nel lume della coronaria, in corso di angiografia, di un piccolo pallone generalmente correlato a una struttura metallica a maglie (stent): il pallone viene gonfiato ed espanso in corrispondenza del restringimento dell’arteria. Questa procedura migliora il flusso di sangue a valle, riducendo o eliminando l’angina.

Bypass coronarico, che è un intervento chirurgico che prevede il confezionamento di condotti vascolari (di origine venosa o arteriosa) in grado di “bypassare” il punto di restringimento delle coronarie, facendo pertanto comunicare direttamente la porzione a monte con quella a valle della stenosi. L’intervento viene effettuato a torace aperto, somministrando al paziente l’anestesia generale e quasi sempre con il supporto della circolazione extra-corporea.

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Angioplastica carotidea e stenting

Angioplastica carotidea e stenting

 

L’angioplastica carotidea è una procedura non invasiva di Interventistica Radiologica, con la quale si può eseguire la rimozione di ostruzioni presenti nelle carotidi, le due principali arterie del collo che portano il sangue dal cuore al cervello. È possibile, infatti, che questi due vasi arteriosi si restringano (stenosi), principalmente a causa dell’aterosclerosi, patologia caratterizzata dall’accumulo di placche di grasso, riducendo o interrompendo del tutto il flusso del sangue al cervello, con un elevato rischio di ictus. Con la stessa procedura effettuata attraverso l’introduzione nei vasi sanguigni di piccole cannule in anestesia locale è possibile anche procedere al posizionamento di cilindri metallici (stent) che mantengono la dilatazione delle carotidi evitando che possano restringersi e chiudersi di nuovo.

 

Che cos’è l’angioplatica carotidea e stenting?

Nonostante siano recenti, l’angioplastica carotidea e lo stenting sono procedure già ampiamente consolidate nella pratica medica. Possono sostituire l’intervento chirurgico, permettendo di pulire e liberare le arterie carotidi da accumuli di grasso che rappresentano un ostacolo al passaggio del sangue e possono ridurre il flusso di ossigeno al cervello, provocando l’infarto cerebrale anche noto come ictus. Le cause più comuni sono colesterolo alto, ipertensione e fumo. Oltre a chiudersi per l’accumulo di placche aterosclerotiche, nelle carotidi si possono anche formare pericolosi trombi, ossia coaguli di sangue che occludono il vaso sanguigno in cui si sono formati, o si muovono bloccando il passaggio in altri punti del sistema sanguigno.

Nella procedura è incluso anche l’inserimento di una sottile cannula (catetere) all’altezza dell’inguine, nell’arteria femorale. L’intervento viene eseguito in anestesia locale, in modo tale che il paziente possa riferire le proprie sensazioni durante la procedura. Le immagini radiografiche guidano il catetere fino al punto occluso dalle placche. In seguito, si prosegue con la dilatazione del tratto malato e con il posizionamento di un tubicino in rete metallica (stent), costituito da materiale compatibile con l’organismo umano. Lo stent viene rilasciato nella parte del vaso sanguigno soggetta a restringimento per proteggere le pareti delle arterie ed evitare che tornino a chiudersi.

La procedura dura per un tempo di circa 1-2 ore. Generalmente il paziente viene dimesso il giorno successivo all’intervento.

 

Quale ospedalizzazione viene richiesta?

La procedura avviene in anestesia locale. Il paziente resta sveglio mentre tutto l’intervento viene eseguito e ha la possibilità di riferire allo staff sanitario ogni sensazione. Lo staff di anestesiologi è sempre presente durante l’intervento per monitorare tutti i parametri correlati alla procedura.

 

Quali sono i vantaggi dell’angioplastica carotidea e stenting?

Come tutte le procedure mediche, l’angioplastica carotidea presenta un profilo di rischio che viene stimato rispetto ai benefici che si possono ottenere dalla procedura, ossia la riduzione di un alto rischio di ictus o di trombosi. L’angioplastica viene indicata se la stenosi supera il volume del vaso sanguigno del 75% oppure se il paziente è a rischio di ictus o è già stato colpito da ictus.

Nei casi in cui i pazienti non possano o non vogliano sottoporsi alla chirurgia un trattamento alternativo all’intervento (endoarteriectomia arteriosa) è rappresentato dall’angioplastica.

Ci sono dei rischi legati al possibile distacco di frammenti delle placche aterosclerotiche che immettendosi nel circolo sanguigno giungono al cervello provocando un attacco ischemico transitorio (2-3% dei casi) o ictus ischemico (1,2% dei casi). Tali eventualità vengono evitate attraverso l’introduzione di speciali barriere (chiamate “filtri”) che consentono il trasporto all’esterno delle scorie prelevate durante la pulizia delle carotidi.

 

È doloroso o pericoloso?

Il trattamento è indolore, in quanto viene eseguito in anestesia locale.

Le complicanze più gravi sono l’attacco ischemico transitorio e l’ictus ischemico. Altre conseguenze più rare possono essere difficoltà respiratorie, battiti cardiaci irregolari, perdita di coscienza. Nell’1% dei casi è possibile avere reazioni minori come starnuti o nausea e un peggioramento temporaneo della funzione renale, correlato all’uso del mezzo di contrasto per la guida del catetere che viene progressivamente espulso attraverso il consumo abbondante d’acqua nelle ore successive all’intervento.

 

Chi può sottoporsi al trattamento?

I candidati vengono selezionati seguendo dei criteri medici e radiologici, allo scopo di individuare le caratteristiche che rendono l’angioplastica più opportuna ed efficace, ma ugualmente sicura, rispetto al trattamento chirurgico.

 

Follow-up

Dopo l’angioplastica il paziente deve restare a letto e a riposo per 12-24 ore durante le quali le sue condizioni di salute sono sottoposte al monitoraggio costante.

Nei mesi successivi sono previsti nuovi controlli per escludere la probabilità di restenosi, che si ha quando il vaso sanguigno torna a restringersi.

 

Norme di preparazione

Prima della procedura, si sottopone il paziente a una vista accurata in cui si procede alla raccolta di tutti i dati concernenti la sua salute e quella dei familiari più stretti.

Vengono effettuati gli esami per valutare lo stato delle arterie: ecodoppler carotideo, ed Angio-Tc dei vasi del collo. Prima dell’intervento si comunicano al paziente tutte le informazioni su ciò che può mangiare e bere e fino a quando. Se il paziente assume farmaci, lo staff sanitario comunicherà quali dovrà eventualmente sospendere, in particolare se assume farmaci per la cura del diabete o antiaggreganti.

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Aritmie cardiache

Aritmie cardiache

 

Con il termine aritmia viene indicata una alterazione del normale ritmo cardiaco. Il battito cardiaco non risulta più essere “regolare”: il cuore batte in maniera irregolare per cui è possibile avere sia un battito veloce (tachiaritmia) che un battito rallentato (bradiaritmia).

L’aritmia può essere causata da molteplici condizioni, coinvolgendo un’alterazione della formazione o della conduzione del battito.

I sintomi comuni sono: sensazione di battito cardiaco accelerato o irregolare (cuore che salta in gola, senso di sfarfallio nel torace ecc.) oppure molto lento, a volte associato ad un profondo senso di stanchezza.

Le aritmie vengono suddivise in 2 grandi famiglie:

bradiaritmie: aritmie caratterizzate da un battito cardiaco lento.

 

Disfunzioni della formazione dell’impulso

Blocchi atrio-ventricolari

tachiaritmie: aritmie caratterizzate da un battito cardiaco rapido: le forme più comuni sono:

 

Tachicardia da rientro nodale

Tachicardia da rientro atrio-ventricolare (WPW)

Tachicardia Atriale

Fibrillazione Atriale

Flutter atriale

Tachicardia ventricolari

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Arteriopatia periferica

Arteriopatia periferica

 

L’arteriopatia periferica è una patologia che colpisce il sistema circolatorio, caratterizzata dalla riduzione dell’afflusso di sangue (e quindi di ossigeno) alle arterie degli arti superiori e inferiori, causato dall’ostruzione e dal restringimento di queste ultime. Coinvolge soprattutto gli arti inferiori.

Che cos’è l’arteriopatia periferica?

L’arteriopatia periferica è una malattia che tende a svilupparsi con il passare dell’età: è stato stimato che a soffrirne sia un ultrasettantenne su tre.

Tuttavia, anche i più giovani potrebbero essere soggetti al rischio di sviluppare questa patologia in presenza di condizioni come il fumo di sigaretta, l’assenza di esercizio fisico e in presenza di patologie come il diabete.

È molto importante prestare attenzione al trattamento di questa malattia, sia per preservare l’eventuale perdita dell’arto colpito, sia per ridurre il rischio di sviluppare altre due condizioni a essa connesse, come infarto e ictus.

Da cosa è causata l’arteriopatia periferica?

All’origine dell’arteriopatia periferica c’è l’aterosclerosi, condizione patologica che colpisce le pareti interne delle arterie, caratterizzata dalla presenza di placche costituite da materiale lipidico (colesterolo, fosfolipidi, trigliceridi), proteico e fibroso che determinano il restringimento del lume del vaso arterioso.

Le probabilità di sviluppare l’arteriopatia periferica possono aumentare in presenza di fattori come

l’età: per le persone con più di 50 anni il rischio di sviluppare la malattia risulta maggiore

il genere sessuale: gli uomini sono più a rischio delle donne

il vizio del fumo

la presenza di diabete

la presenza di pressione alta

livelli di colesterolo e trigliceridi oltre la norma

livelli elevati di omocisteina (un aminoacido)

presenza di sovrappeso o obesità

Che sintomi presenta l’arteriopatia periferica?

Quando non si manifesta in forma grave, l’arteriopatia periferica può essere asintomatica o presentarsi con una sintomatologia lieve. Nei casi più gravi, invece, i sintomi possono essere severi.

Il sintomo più caratteristico dell’arteriopatia periferica è la claudicatio intermittens, ovvero un dolore muscolare avvertito nelle gambe o nelle braccia mentre si svolgono diverse attività come camminare; il male avvertito, tuttavia, scompare dopo pochi minuti di riposo.

È la posizione della arteria ostruita o ristretta che determina la localizzazione del dolore. Nel caso dell’arteriopatia periferica che colpisce le gambe, il dolore più comune risulta essere quello al livello del polpaccio. La gravità della claudicatio intermittens varia ampiamente: può essere rappresentata da un leggero fastidio così come da un dolore debilitante.

Altri sintomi sono:

intorpidimento e/o debolezza dell’arto colpito

cambiamento di colore dell’arto colpito

l’arto colpito risulta più freddo

la pelle dell’arto colpito risulta più lucida e potrebbero verificarsi ritardi nella crescita dei peli o delle unghie

nei casi più gravi sull’arto colpito si possono sviluppare delle piaghe

negli uomini può manifestarsi la disfunzione erettile

Come prevenire l’arteriopatia periferica?

Per prevenire l’arteriopatia periferica è consigliabile:

smettere di fumare

fare esercizio fisico, anche moderato (per esempio camminare almeno 30 minuti 3 volte alla settimana)

seguire un regime alimentare sano

gestire il diabete, mantenendo ottimali livelli di zucchero nel sangue

ridurre il colesterolo

tenere sotto controllo l’ipertensione

mantenere il peso forma, evitando condizioni come sovrappeso e obesità

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Artrosi dell’anca

Artrosi dell’anca

 

Quando la cartilagine che ricopre l’articolazione coxo-femorale ( il punto in cui femore si articola con l’acetabolo, la cavità dell’anca destinata ad accogliere la testa del femore) si degenera, insorge l’artrosi dell’anca. Questo processo degenerativo può avere diverse cause e comporta dolore e difficoltà nei movimenti con conseguenze invalidanti.

 

Che cos’è l’artrosi dell’anca?

Per artrosi dell’anca si intende l’infiammazione della cartilagine che ricopre l’articolazione dell’anca, questa infiammazione è spesso dovuta al deterioramento cartilagineo. La cartilagine permette lo scorrimento delle ossa l’una contro l’altra e funge da cuscinetto, evitando gli attriti.

 

Quali sono le cause dell’artrosi dell’anca?

La più comune e frequente è l’artrosi in senso lato, che comprende sia le forme di probabile origine meccanica (conseguenti ad alterazioni strutturali congenite), sia le forme degenerative (coxartrosi idiopatica), sia le forme acquisite (necrosi ischemiche, traumi, osteoporosi, ecc.). Altre frequenti cause sono le artriti infiammatorie (artrite reumatoide, psoriasica, ecc.).

 

Quali sono i sintomi dell’artrosi dell’anca?

L’artrosi dell’anca si manifesta con dolore a livello dell’inguine che spesso raggiunge anche ginocchio e anca. Tale dolore deriva dalla mancata congruenza delle superfici articolari che degenera il tessuto della cartilagine. Il dolore cronico all’articolazione dell’anca può invalidare persone di ogni età, rendendo difficile e doloroso anche semplicemente camminare.

Grazie ai moderni trattamenti un paziente con artrosi dell’anca può aspirare ad una normale attività dell’articolazione senza dolore.

Prevenzione

Avere un peso nella norma, assumere posture corrette e non esercitare sovraccarico sull’articolazione sono strategie che riducono il rischio di artrosi dell’anca. Un’alimentazione ricca di vitamine, omega 3 e minerali e povera di alcol e di cibi di origine animale aiuta a mantenere in salute tutte le articolazioni.

 

Diagnosi

La diagnosi dell’artrosi dell’anca si effettua tramite:

-esame clinico

-esame radiografico

 

Trattamenti

I trattamenti chirurgici includono l’impianto di protesi all’articolazione dell’anca.

 

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Artrosi dell’anca nel giovane

Artrosi dell’anca nel giovane

 

L’artrosi dell’anca è una patologia legata alla degenerazione della cartilagine  dell’articolazione coxo-femorale. Questa articolazione risiede nel punto in cui il femore si articola con l’acetabolo, la cavità dell’anca che accoglie la testa del femore. Questo processo degenerativo può avere diverse cause e comporta dolore e difficoltà nei movimenti con conseguenze invalidanti.

Fino a pochi anni fa l’artrosi dell’anca veniva considerata una patologia tipica della terza età, mentre negli ultimi anni l’avvento di nuove tecniche diagnostiche e la disponibilità di trattamenti innovativi hanno modificato la percezione di questa malattia e la possibilità che colpisca anche in età precoce.

Che cos’è l’artrosi dell’anca nel giovane?

L’articolazione dell’anca è ricoperta da una cartilagine, un tessuto soffice e liscio che consente alle ossa di scorrere l’una contro l’altra senza generare attriti, agendo come una sorta di cuscinetto. Quando questo tessuto si deteriora si può sviluppare un’infiammazione che prende il nome di artrosi dell’anca.

Quali sono le cause dell’artrosi dell’anca nel giovane?

L’artrosi dell’anca nel giovane è sempre stata ben documentata. Esistono diverse condizioni degenerative dell’articolazione coxofemorale che colpiscono i pazienti più giovani.

Le più frequenti sono:

-la displasia dell’anca nel bambino.

-la malattia di Perthes.

-l’impingement o conflitto femoro-acetabolare. I due componenti dell’articolazione sono incompatibili e urtano l’uno contro l’altro. Colpisce soprattutto giovani adulti di sesso maschile che praticano sport ( i movimenti ripetitivi accentuano il problema).

-l’osteonecrosi o necrosci ischemica, dovuta alla riduzione del flusso di sangue alla testa del femore.

-traumi, infezioni, tumori.

 

Quali sono i sintomi dell’artrosi dell’anca nel giovane?

Il sintomo principale dell’artrosi dell’anca è un dolore localizzato a livello dell’inguine che spesso si estende anche al ginocchio e all’anca. Nelle fasi iniziali del disturbo può comparire solo dopo un’attività fisica prolungata, ma con il progredire del danno all’articolazione si fa vivo anche dopo un’attività fisica leggera e, a volte, anche durante la notte.

 

Come prevenire l’artrosi dell’anca nel giovane?

Per ridurre al minimo il rischio di artrosi dell’anca è importante evitare il sovrappeso, l’assunzione di posture scorrette e il carico eccessivo e ripetuto sull’articolazione.  Un’alimentazione equilibrata, ricca di vitamine, omega 3 e minerali e povera di alcol e di cibi di origine animale è sempre consigliata poiché aiuta a mantenere in salute tutte le articolazioni.

 

Diagnosi

Nel caso in cui i sintomi riportati dal paziente portino a sospettare la presenza di un’artrosi all’anca il medico potrebbe decidere di confermare la diagnosi attraverso una radiografia.

In alcuni rari casi potrebbero essere prescritte analisi aggiuntive come:

-esami del sangue

-esami del fluido presente nelle articolazioni

-risonanza magnetica

 

Trattamenti

In genere non si procede subito in modo invasivo. Le prime fasi del trattamento dell’artrosi all’anca possono includere:

-l’assunzione di farmaci antinfiammatori

-la fisioterapia

-l’uso di stampelle quando bisogna camminare a lungo

Il trattamento chirurgico conservativo, possibile quando la degenerazione è modesta, mira a stabilizzare l’articolazione e a ridurre il sovraccarico sulla superficie.

L’artroscopia è una tecnica sempre più diffusa che permette sia una valutazione diagnostica dell’entità della patologia e sia la possibilità di intervenire, sul femore e/o sull’acetabolo, per risolvere chirurgicamente i conflitti che producono il dolore.

In alcuni rari e ben selezionati casi è preferibile optare per una correzione a cielo aperto del conflitto. Tale soluzione è certamente più invasiva dell’artroscopia, ma può rendersi necessaria in alcune situazioni.

La sostituzione con protesi totale d’anca rappresenta l’opzione limite nel caso di giovani pazienti, a cui si ricorre quando esistono controindicazioni alle procedure conservative o queste non abbiano avuto successo.

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Artrosi della caviglia

Artrosi della caviglia

 

L’artrosi della caviglia è un processo degenerativo a carico della cartilagine articolare della caviglia. Questa patologia interessa in particolare le persone anziane. Con l’avanzare dell’età la cartilagine tende a degenerarsi. Nonostante queste considerazioni è possibile l’insorgere di artrosi della caviglia anche in seguito ad episodi traumatici (ad esempio una frattura)

Quali sono le cause dell’artrosi della caviglia?

L’artrosi alla caviglia può insorgere per il naturale invecchiamento della cartilagine o come conseguenza di un trauma (una frattura della caviglia) o di altre patologie, come per esempio quelle reumatiche.

Tra i fattori di rischio che possono agevolare l’insorgenza della patologia:

-il sovrappeso, che costringe l’articolazione della caviglia a uno sforzo aggiuntivo.

-il cattivo allineamento dell’articolazione, che causa un’eccessiva usura della cartilagine.

-la ripetizione di traumi o microtraumi dovuti – per esempio – all’attività sportiva o lavorativa, con conseguente usura della cartilagine.

Quali sono i sintomi dell’artrosi della caviglia?

Dolore, rigidità e tumefazione della caviglia sono i sintomi principali dell’artrosi. Il dolore, inizialmente presente durante il movimento, può poi colpire anche a riposo. In alcuni casi può essere avvertita una sensazione di instabilità articolare, come se la caviglia non fosse più in grado di sopportare il peso corporeo.

 

Come prevenire l’artrosi della caviglia?

Per limitare il rischio di insorgenza di artrosi alla caviglia è consigliabile:

-evitare traumi, come le fratture, che predispongono la caviglia a un processo artrosico.

-evitare sforzi aggiuntivi a carico dell’articolazione causati ad esempio da sovrappeso ed obesità.

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Astigmatismo

Astigmatismo

 

L’astigmatismo, disfunzione oculare che può essere presente dalla nascita, può essere associato a miopia, ipermetropia e presbiopia, con differenti combinazioni tra i difetti e differenti livelli di gravità.

 

Che cos’è l’astigmatismo?

L’ astigmatismo è una disfunzione dell’occhio molto comune e solitamente facilmente curabile. Essa deriva dalla forma della cornea, membrana con curvatura ovale simile ad un pallone da rugby quindi non medesima sui diversi meridiani. Questa fa succede perché l’occhio ha differenti poteri di messa a fuoco lungo tutti i meridiani della cornea, provocando nei casi di minore entità un’inferiore nitidezza delle immagini. L’astigmatismo degrada la capacità visiva sia da lontano che da vicino e, rispetto alla presbiopia, non ha correlazione con l’età del paziente.

 

Quali sono le cause dell’astigmatismo?

La causa dell’astigmatismo può essere un’alterazione della curvatura della cornea che presenta un profilo ellissoidale, anziché una normale forma sferica. In questo caso i raggi di luce provenienti dal mondo esterno vengono proiettati in maniera non uguale nei vari punti della retina. L’occhio dell’astigmatico vede male sia da lontano che da vicino, gli oggetti possono apparire sfocati, sdoppiati.

 

Quali sono i sintomi dell’astigmatismo?

Come detto, dal momento che gli oggetti vengono proiettati sulla retina in modo disuguale alcune parti di essi sono a fuoco mentre altre sono fuori fuoco. Ad esempio nel vedere su un pannello la lettera “T” l’astigmatico può vedere la linea verticale a fuoco mentre la linea orizzontale fuori fuoco o viceversa. Il cristallino in alcuni casi può compensare in parte, mettendo a fuoco prima la linea verticale e poi quella orizzontale lasciando poi al cervello il compito di elaborare l’immagine. Nei casi più gravi, gli oggetti possono apparire distorti in diversi modi: per esempio un cerchio può essere percepito come una forma ovale. Lo sforzo visivo necessario per compensare questo difetto può essere causa di cefalea, affaticamento, bruciore e dolore che interessa i bulbi oculari e l’arcata ciliare, lacrimazione.

 

Diagnosi

Visita oculistica: di frequente chi è astigmatico se ne accorge solo dopo un’accurata valutazione medica. È importante sottoporsi periodicamente, sin da piccoli, a controlli preventivi di routine presso un oculista.

 

Gli esami utilizzati per diagnosticare il tipo di astigmatismo sono:

lettura dei caratteri della tabella ottotipica

Cheratometro o oftalmometro

Topografia corneale, per tracciare una mappatura punto per punto della curvatura della cornea

Tomografia corneale

Autorefrattometro

 

Test soggettivo della refrazione, che definisce esattamente, con la collaborazione del paziente, la corretta misura dell’astigmatismo

 

Trattamenti

Il trattamento dell’astigmatismo ha come obiettivo quello di compensare la curvatura irregolare che causa la visione offuscata. Si può ottenere con lenti correttive: occhiali o lenti a contatto. La diagnosi corretta e la prescrizione migliore dell’occhiale deriva sempre da un esame oculistico approfondito. Esami approssimativi aolitamente correggono in modo non sufficiente questo difetto. Esiste anche un’opzione chirurgica, in passato, infatti, questo difetto veniva corretto con chirurgia incisionale, come la cheratotomia radiale, metodo oramai obsoleto. Oggi si interviene con l’utilizzo del laser ad eccimeri.

Il laser ad eccimeri può correggere l’astigmatismo mediante la vaporizzazione a freddo del tessuto corneale in modo mirato. Questo può avvenire in superficie con diverse metodologie che si differenziano l’una dall’altra solo per la preparazione preliminare all’azione del laser: PRK, LASEK, epiLASIK, ASA. In alternativa può avvenire in profondità dopo avere tagliato e sollevato uno strato superficiale di cornea. L’applicazione eseguita dal laser ad eccimeri è identica per entrambi i due trattamenti.

Il fronte avanzato di questa metodologia chirurgica sono i trattamenti personalizzati, cioè un rimodellamento della cornea mediante laser ad eccimeri che tiene conto delle caratteristiche dell’individuo e che spesso consente una visione migliore rispetto ai trattamenti standardizzati.

La sezione di chirurgia refrattiva del Centro Oculistico dell’Istituto Clinico Humanitas è in possesso di un laser ad eccimeri di ultima generazione riconosciuto come uno degli strumenti chirurgici più all’ avanguardia presenti attualmente sull’intero mercato mondiale. Riesce ad intervenire con successo su astigmatismi molto più elevati rispetto a quelli che in passato era possibile trattare. Nel caso dell’astigmatismo, soprattutto se si tratta di un astigmatismo asimmetrico o irregolare, la chirurgia personalizzata offre un supporto fondamentale per ottenere un ottimo risultato dell’intervento . In questi casi la personalizzazione del trattamento è di fondamentale importanza per ottenere un risultato di qualità molto superiore alle aspettative della chirurgia standard.

 

Prevenzione

​Per prevenire l’astigmatismo è consigliato effettuare visite oculistiche sin dai 4 o 5 anni di età, ma, in caso di familiarità con malattie oculari, anche prima.

 

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Aterosclerosi

Aterosclerosi

 

L’aterosclerosi (più comunemente conosciuta nel mondo laico come arteriosclerosi) è una condizione patologica rappresentata da alterazioni della parete delle arterie, che perdono la propria elasticità a causa dell’accumulo di calcio, colesterolo, cellule infiammatorie e materiale fibrotico.

Che cos’è l’aterosclerosi?

L’irrigidimento delle arterie è un fenomeno correlato all’accumulo di componenti patologiche nel contesto delle pareti vascolari. Tale patologia si presenta in varie forme tra cui una delle più diffuse è l’aterosclerosi, caratterizzata dalla formazione di placche parietali in cui sono contenuti materiale amorfo, colesterolo, cellule muscolari lisce, cellule infiammatorie e cellule provenienti dal sangue. Se la placca protrude nel lume vasale può arrivare a ostacolare il flusso ematico al suo interno. Un’eventuale rottura della placca stessa, generalmente coperta da un rivestimento costituito da un sottile cappuccio fibroso e da cellule endoteliali, può comportare trombosi e obliterazione completa del lume del vaso, con conseguente interruzione del flusso ematico. Una volta instauratasi, l’aterosclerosi si presenta come un processo irreversibile e in potenziale, continua espansione: la formazione delle placche e il rallentamento del peggioramento dell’aterosclerosi in corso si possono prevenire attraverso uno stile di vita adeguato e trattamenti mirati al controllo di diabete e ipertensione, oltre che alla riduzione del colesterolo.

Da cosa può essere causata l’aterosclerosi?

L’aterosclerosi è solitamente correlata all’invecchiamento. Tuttavia, la sua comparsa può avvenire anche in età giovanile a causa di livelli elevati di colesterolo nel sangue, ipertensione arteriosa, fumo di sigaretta, diabete mellito e familiarità. Anche un’alimentazione ricca di grassi, il consumo eccessivo di alcolici, un’attività fisica insufficiente e il sovrappeso possono contribuire.

Con quali sintomi si manifesta l’aterosclerosi?

In genere l’aterosclerosi di per sé non provoca sintomi fino a che non compromette il flusso del sangue all’interno delle arterie. Il restringimento delle arterie e la loro occlusione, determinata dalla formazione di un trombo, provocano ischemia e infarto nel territorio a valle delle stesse. I sintomi dell’ischemia e dell’infarto varieranno a seconda della localizzazione dell’aterosclerosi: se nel territorio coronarico si avrà angina, infarto miocardico, in quello cerebrale si avrà ictus o TIA, in quello intestinale, renale o periferico si avrà arteriopatia obliterante arti inferiori.

Come prevenire l’aterosclerosi?

Per prevenire l’aterosclerosi è importante condurre uno stile di vita salutare caratterizzato da un’alimentazione sana, equilibrata e povera di grassi di origine animale e un’attività fisica adeguata. È inoltre necessario evitare il fumo e limitare il consumo di alcolici.

Diagnosi

L’aterosclerosi non è correlata necessariamente a segni obiettivi rilevabili alla visita medica. In caso di restringimento di un grosso vaso arterioso (es. carotide) si può verificare turbolenza del flusso di sangue al suo interno, determinando un soffio, che può essere percepito dal medico con lo stetoscopio. In seguito, però, sarà necessario effettuare altre indagini quali:

eco-doppler

angiografia

angio RM

angio TC

Trattamento

In caso di irrigidimento delle arterie è fondamentale correggere tutti i fattori di rischio cardiovascolare, agendo anche attraverso le modificazioni dello stile di vita. In particolare è necessario:

evitare i cibi ricchi di grassi, soprattutto se di origine animale;

limitare il consumo di alcolici;

praticare regolarmente attività fisica. Per gli individui normopeso sono sufficienti 30–45 minuti almeno 3 volte la settimana, mentre per gli individui in sovrappeso sono necessari livelli superiori;

Nel caso in cui l’azione sullo stile di vita non risulti sufficiente il medico può prescrivere l’assunzione di farmaci:

per far abbassare i livelli di colesterolo (in particolare le statine)

per rallentare la progressione dell’aterosclerosi (ACE-inibitori, alcune statine)

per ridurre la pressione arteriosa (ACE-inibitori, betabloccanti, calcio-antagonisti e diuretici)

per controllare malattie specifiche come il diabete o per alleviare disturbi invalidanti, come il dolore alle gambe (tipico della claudicatio intermittens)

per diminuire il rischio di formazione di coaguli di sangue (trombi) intravascolari (gli antiaggreganti piastrinici)

In caso di aterosclerosi grave con ipoperfusione o infarto di organi importanti può essere necessario ricorrere a interventi di:

angioplastica con stent

endoarteriectomia

bypass

Nel caso in cui un’arteria venga bloccata da un coagulo di sangue (trombo) e non sia passibile di disostruzione meccanica, si possono utilizzare farmaci per scioglierlo (trombolisi) che vengono somministrati per via endovenosa.

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