Quando l’articolazione dell’anca si usura con dolore e limitazioni funzionali crescenti che non rispondono a terapie mediche, la protesi è la soluzione proposta per guarire e tornare a vivere senza dolore. «Ridotti tempi di ricovero e rapidi tempi di recupero dopo l’intervento di protesi d’anca – spiega il dott. Carlo Fiorentini, ortopedico responsabile di Chirurgia Protesica e Ricostruzione Biologica Articolare di Humanitas San Pio X – sono requisiti importanti sia per il paziente attivo sia per gli anziani. Proprio per questi pazienti, infatti, prolungati tempi di ricovero e immobilità possono aumentare il rischio di patologie da allettamento come per esempio la trombosi venosa profonda e, come dimostrato in letteratura, anche di mortalità. Diverse sono le tecniche chirurgiche in caso sia necessario l’intervento di artroplastica, ovvero l’impianto di una protesi, sviluppate anche grazie alla disponibilità di nuove protesi sempre più piccole che richiedono incisioni chirurgiche ridotte. Tra i tanti, la tecnica chirurgica per via anteriore, ovvero con accesso chirurgico quasi in corrispondenza della testa femorale a livello dell’inguine, ha dimostrato i vantaggi per il paziente anche in recenti studi su pazienti operati con questa tecnica1:

–        Preservazione delle strutture muscolari e nervose

–        Precoce mobilizzazione dopo l’intervento

–        Minor dolore post-operatorio

–        Ridotti tempi di ricovero

–        Riduzione del sanguinamento

–        Brevi tempi di riabilitazione (circa 3 settimane)

–        Migliore stabilità protesica

–        Rapida ripresa delle attività quotidiane

Questo è possibile grazie alla preservazione dei tessuti muscolari che durante l’intervento non vengono danneggiati. Anche nei pazienti anziani, i vantaggi si traducono in una significativa riduzione dei rischi intraoperatori e postoperatori».

Via anteriore: protesi più stabile, paziente più sicuro

L’artrosi è una malattia degenerativa della cartilagine articolare che nelle fasi avanzate (coxartrosi) provoca l’usura dei capi ossei che compongono l’articolazione. «Testa del femore e acetabolo, la concavità che nel bacino accoglie la testa del femore, sono le due componenti che vengono danneggiate in caso di coxartrosi – continua l’esperto -. Per sostituire i capi danneggiati con una protesi è possibile accedere con il paziente in posizione supina (via anteriore) o laterale (antero-laterale o postero-laterale a seconda della scelta del chirurgo). L’uso di piccole protesi studiate appositamente per l’accesso anteriore richiede anche un’incisione di dimensioni ridotte (circa 8 cm) rispetto ad altre vie d’accesso chirurgiche (circa 15 cm) attraverso le quali si possono impiantare protesi con steli di lunghezza maggiore come nel caso di fratture del femore o interventi di revisione protesica, ovvero sostituzione di una protesi usurata. L’incisione chirurgica anteriore ha dimostrato di rispettare i nervi e fasci muscolari che si incontrano durante l’accesso all’articolazione, necessari al paziente per recuperare più velocemente dopo l’intervento e avere un percorso di riabilitazione più veloce ed efficace. Importante sottolineare che l’intervento per via anteriore rende più stabile la protesi riducendo il rischio di dislocazione, ovvero di separazione della componente protesica femorale e acetabolare, perché tale rischio è principalmente correlato a danni alle strutture posteriori dell’articolazione che non vengono interessate con la via anteriore. In questo modo, il ritorno alle attività quotidiane è più rapido e il paziente si sente più sicuro rispetto a interventi eseguiti con tecniche chirurgiche tradizionali».

  1. Der Orthopäde, 2018. Hans Gollwitzer, Die minimal-invasive AMIS-Technik zur Implantation von Hüftprothesen https://link.springer.com/article/10.1007%2Fs00132-018-3591-y