Gomito del tennista e del golfista, due delle patologie più comuni

Il gomito è una delle articolazioni più complesse del corpo umano. Con l’aiuto del dottor Alessandro Pozzi, specialista in Chirurgia della Mano e Microchirurgia Ricostruttiva in Humanitas San Pio X, conosciamo meglio due delle patologie più comuni a carico del gomito: l’epicondilite laterale e l’epitrocleite, comunemente note come gomito del tennista e gomito del golfista.

Il gomito del tennista

“Il dolore laterale al gomito è uno dei dolori più frequenti a carico del gomito e prende il nome di epicondilite o gomito del tennista. Si tratta dell’infiammazione dei tendini estensori e si manifesta con sintomi quali dolore al gomito, dolore dopo sforzi ripetuti, dolore durante attività sportive o attività lavorative manuali.

La diagnosi è solitamente clinica e lo specialista se necessario può avvalersi di alcuni esami strumentali, come l’ecografia o la radiografia, nel caso sospetti altre condizioni che hanno sintomi in comune con questa patologia”.

Il trattamento conservativo

“L’epicondilite è molto frequente e colpisce dall’1 al 3% della popolazione attiva. Se correttamente trattata e curata, nel 90% dei pazienti non occorre l’intervento chirurgico e il trattamento è conservativo, basato per esempio sulla terapia manuale, sullo stretching, su una corretta postura, sull’impiego di tutori correttivi e sulla fisioterapia. In un secondo tempo si può passare a terapia farmacologica che può essere anche infiltrativa, alla quale si può associare una terapia fisica come quella delle onde d’urto o la laser terapia.

In ultima istanza, qualora le linee di trattamento precedente non abbiano dato i risultati sperati si può ricorrere a intervento chirurgico”, precisa lo specialista.

Il gomito del golfista

“Un’altra delle patologie del gomito estremamente comune e simile all’epicondilite laterale è l’epitrocleite (o epicondilite mediale) dove invece il dolore si presenta all’interno dell’articolazione del gomito.

I sintomi del gomito del golfista sono molto simili a quelli del gomito del tennista, anche se localizzati in una posizione diversa, e anche in questo caso per la diagnosi è fondamentale rivolgersi a uno specialista; questo consentirà anche di impostare un corretto trattamento conservativo che possa prevenire un eventuale intervento chirurgico”, conclude il dottor Pozzi.

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Patologie del polso e della mano nell’atleta, l’importanza del percorso di recupero

L’atleta è un paziente con delle necessità peculiari di cui è fondamentale tenere conto in tutto il percorso terapeutico, ma in particolare nella fase di recupero, come spiega il dottor Loris Pegoli, Responsabile di Chirurgia della Mano e Microchirurgia Ricostruttiva in Humanitas San Pio X.

“L’atleta è afflitto dalle stesse condizioni patologiche – ossee e legamentose – che interessano la popolazione cosiddetta normale, ma nell’affrontare il suo recupero occorre attuare alcuni particolari accorgimenti, a partire da una corretta diagnosi, anche grazie a metodiche molto sofisticate, come per esempio l’utilizzo dell’artroscopia per quanto riguarda le patologie del polso, che permette di compiere una diagnosi corretta e accurata di eventuali lesioni legamentose”, spiega il dottor Pegoli.

Il ruolo del terapista

“Una volta eseguito l’intervento, laddove sia risultato necessario, le tecniche mininvasive permettono – grazie a una minore aggressione dei tessuti – un recupero più veloce. È bene sempre seguire il recupero biologico delle strutture anatomiche, senza rischiare troppo, e qui entra in gioco la fondamentale figura del terapista riabilitatore della mano.

Grazie a uno svezzamento un po’ più precoce, con l’utilizzo di tutori particolari che vengono modellati a seconda delle esigenze (per esempio al ciclista sul manubrio della bicicletta, al giocatore di baseball sulla mazza o sulla forma dei blocchi per chi fa atletica) aiutiamo l’atleta a raggiungere il suo obiettivo in sicurezza e nel rispetto dei tempi biologici”, sottolinea lo specialista.

La collaborazione medico-paziente

“Le figure professionali, da chi fa la diagnosi, al chirurgo e fino ad arrivare al terapista, e il ruolo fondamentale giocato dal paziente stesso, che deve essere collaborativo, permettono di raggiungere magari in tempi un po’ più precoci, il risultato finale dell’atleta, che è quello di tornare a gareggiare”, conclude il dottor Pegoli.

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Chirurgia della mano, l’importanza di un approccio mininvasivo

“La chirurgia mininvasiva è un argomento molto attuale, ma nell’ambito della chirurgia della mano parlare solo di chirurgia mininvasiva è un po’ riduttivo, trovo sia meglio parlare di approccio mininvasivo”, spiega il dottor Giorgio Pivato, specialista in Chirurgia della mano e Microchirurgia ricostruttiva in Humanitas San Pio X.

“Il gesto chirurgico mininvasivo deve essere infatti visto come parte di un percorso che comprende anche il percorso diagnostico e quello riabilitativo che fa seguito a un eventuale intervento e anche questi ultimi devono rientrare in un concetto di mininvasività, nel tentativo di ridurre al minimo l’impatto sulla vita del paziente a seguito o di un evento traumatico o di una situazione patologica”.

Velocizzare i tempi di recupero

“Se quindi finora per mininvasivo si intendeva solo il piccolo taglio, oggi si cerca di creare intorno al paziente un percorso che permetta un recupero funzionale il più veloce possibile, che consenta il ritorno all’attività professionale, hobbistica e quotidiana”.

Patologie tradizionalmente ritenute gravi o comunque che comportavano lunghi tempi di recupero prima del ritorno alle abitudini quotidiane, oggi riescono a essere gestite in tempi e modi rapidi. È il caso, per esempio, della sindrome del tunnel carpale, che oggi viene trattata con un intervento eseguito in endoscopia che prevede un’incisione di un centimetro sul polso, risparmiando così il palmo. Un intervento che, anche se condotto su entrambe le mani, consente al paziente di tornare a casa guidando autonomamente la macchina”, sottolinea il dottor Pivato.

La stabilizzazione delle fratture

“Fino a poco tempo fa nelle situazioni più complesse come quelle di tipo traumatico, per esempio le fratture alla mano, l’intervento prevedeva il posizionamento di mezzi di sintesi molto invasivi o periodi di immobilizzazione prolungati. Oggi è invece possibile stabilizzare in maniera definitiva una frattura, senza dover aprire chirurgicamente, grazie a mezzi di sintesi e di fissazione sempre più performanti. Questo comporta una riduzione dei tempi di recupero e un’esigenza di immobilizzazione sempre minore, che si traduce in una ridotta necessità di svolgere il protocollo riabilitativo, proprio perché il paziente è stato immobilizzato molto meno.

Oggi non è dunque più possibile guardare solo il risultato, ma come quel risultato viene ottenuto. Alla fine del suo percorso di cura un paziente si dimenticherà come si è fatto male, ma si ricorderà la strada che ha dovuto percorrere per arrivare alla guarigione e quanto più rendiamo agevole questa strada tanto più avremo reso un buon servizio al paziente”, ha concluso il dottor Pivato.

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