Con l’avanzare dell’età è abbastanza frequente lamentare difficoltà di memoria, così come un generale rallentamento o una più facile tendenza a distrarsi.

Come racconta il dottor Luigi Giovanni Manfredi, Responsabile dell’Ambulatorio dei Disturbi della Memoria in Humanitas San Pio X: “Sai di essere smemorato quando le persone ti chiedono se non hai ancora trovato la risposta a quello che ti avevano chiesto, ma tu non ti ricordi che ti avevano fatto una domanda; se hai spesso difficoltà a ricordare dove sono le chiavi della tua auto o dove l’hai parcheggiata; se ti dimentichi gli appuntamenti o se non riesci a ricordare il nome di una persona nemmeno pochi secondi dopo che te l’hanno presentata”.

È dunque normale, quando si invecchia, dimenticare alcune cose e diventare un po’ più smemorati, così come è normale preoccuparsi di dimenticare. Ciò che non è normale è dimenticare “troppo”, ma come si fa a sapere se le difficoltà di memoria rappresentano un normale sintomo di invecchiamento o se sono invece un campanello di allarme di qualcosa di più serio? Ne parliamo con il dottor Luigi Giovanni Manfredi e con la dottoressa Sabrina Guzzetti, neuropsicologa dell’Ambulatorio dei Disturbi della Memoria in Humanitas San Pio X.

Il fisiologico invecchiamento cerebrale e la demenza

I normali processi di invecchiamento cerebrale comportano una riduzione fisiologica di alcune delle performance cognitive. Le diverse capacità mentali presentano infatti traiettorie di sviluppo differenti nel corso della vita. Le cosiddette abilità cristallizzate, che includono le conoscenze e le esperienze accumulate nel tempo, aumentano progressivamente nel corso degli anni e sono relativamente poco intaccate dai processi di invecchiamento. Le abilità fluide invece, che ci consentono di affrontare le situazioni nuove in modo flessibile e creativo, raggiungono il loro picco tra i 20 e i 30 anni, per poi subire un peggioramento graduale fino ai 60 anni, quando si rende evidente un più franco declino.

La demenza, invece, è una sindrome clinica che comporta un’alterazione delle funzioni cognitive e del comportamento e che risulta caratterizzata da esordio insidioso e andamento cronico-progressivo. Generalmente si sviluppa ben prima di manifestarsi a pieno con la sua sintomatologia tipica, presentando un lungo stadio preclinico.

“Si tratta di una diagnosi differenziale non semplice. Da un lato si corre il rischio di rendere patologici fenomeni fisiologici, dall’altro c’è il pericolo di minimizzare segni e sintomi che, seppur lievi, possono essere indicativi di una malattia in fase di esordio. Il deterioramento cognitivo, infatti, viene troppo spesso considerato una normale e inevitabile conseguenza dell’invecchiamento, tanto che le malattie dementigene possono non essere riconosciute (e quindi non trattate) per mesi e perfino per anni”, sottolinea la dottoressa Guzzetti.

La prevenzione secondaria e i fattori di rischio

In mancanza di facili ricette, la prevenzione secondaria, che si pone come obiettivo la rilevazione precoce e tempestiva di indicatori suggestivi di malattia, comporta il necessario ricorso a visite specialistiche neurologiche e neuropsicologiche. Le valutazioni di screening sono particolarmente consigliate a coloro che presentano un livello di rischio al di sopra di una certa soglia, come le persone con ipertensione arteriosa, valori elevati di omocisteina, ipercolesterolemia, diabete mellito, obesità, familiarità per demenza, ridotta riserva cognitiva, carenza di attività cognitivamente stimolanti, sedentarietà, chiusura sociale e deflessione del tono dell’umore.

La diagnosi precoce è fondamentale

Il 21 settembre ricorre la Giornata Mondiale dell’Alzheimer. La risonanza internazionale che ha assunto questa patologia testimonia non soltanto il desiderio di sensibilizzare l’opinione pubblica sugli enormi problemi causati dalle demenze, ma riflette anche la volontà di informare e formare i cittadini sulle possibilità di prevenzione che abbiamo oggi a disposizione e sull’importanza di una diagnosi precoce.

La consapevolezza che la maggior parte delle forme di demenza non siano a oggi guaribili genera più che comprensibili paure al solo pensiero di intraprendere un percorso di approfondimento clinico. Una diagnosi precoce presenta tuttavia diversi vantaggi. In primo luogo permette l’implementazione di interventi di stimolazione cognitiva in una fase di malattia in cui il paziente può ancora dispiegare un elevato numero di risorse, oltre a rendere possibile l’introduzione tempestiva di trattamenti farmacologici specifici. In secondo luogo consente la realizzazione di interventi volti alla formazione dei caregiver, riducendo la preoccupazione, l’incertezza e lo stress spesso sviluppati in ambito familiare, con la possibilità di acquisire maggiori competenze nella comprensione e nella gestione delle alterazioni del malato. In ultimo, promuove la sicurezza in vari ambiti di vita quotidiana: dalla guida, alla preparazione dei pasti, alla gestione farmacologica”, hanno precisato gli specialisti.