I polipi dell’endometrio e i fibromi uterini sono neoformazioni benigne che possono colpire la popolazione femminile. Scopriamo meglio di cosa si tratta, come si effettua la diagnosi e come si interviene in loro presenza grazie all’aiuto del dottor Francesco Capobianco, ginecologo in Humanitas San Pio X.

I polipi dell’endometrio

I polipi endometriali sono neoformazioni benigne che originano dalla mucosa endometriale, il tessuto interno che riveste la cavità uterina. Di svariate dimensioni, possono essere unici o multipli e sessili o peduncolati in base all’assenza o presenza di peduncolo di base e con un vaso centrale che li nutre e sostiene. Sono presenti principalmente nella cavità dell’organo uterino, adesi alle sue pareti, ma possono raggiungere il canale cervicale (polipi cervicali).

Sembrano essere causati da iperplasia della mucosa in risposta anomala allo stimolo ormonale: sono dunque il risultato di uno stimolo estrogenico non bilanciato dal progesterone in più cicli mestruali. L’incidenza è del 20-30% della popolazione femminile con insorgenza prevalentemente tra i 30 e 50 anni.

I fibromi uterini

I fibromi uterini (o fibromiomi o leiomiomi) sono tumori benigni che originano dal tessuto intermedio muscolare liscio dell’utero, il miometrio. Unici o multipli sono più frequenti a livello del corpo dell’utero e meno in sede cervicale. Le dimensioni variano da un grano di riso a masse di svariati chili, possono essere sessili o peduncolati e in base alla loro posizione li distinguiamo in sottosierosi (se si sviluppano verso l’esterno dell’organo uterino), infralegamentari (se si infiltrano lateralmente nelle strutture di sostegno dell’organo), intramurali (se si sviluppano nello spessore della parete uterina); sottomucosi (quando si sviluppano nella cavità uterina) e cervicali.

Il fibroma uterino è il tumore benigno più comune del tratto genitale femminile e colpisce il 20-25% delle donne in età riproduttiva.

I sintomi cui prestare attenzione

Per entrambi, il sintomo principale è rappresentato dalle perdite ematiche genitali anomale ossia cicli mestruali abbondanti (menorragia) e duraturi (menometrorragia), perdite scarse (spotting) o emorragiche (metrorragia) al di fuori del ciclo, e per i fibromiomi anche dolori pelvici e distensione addominale in base a dimensioni e sede. In alcuni casi, polipi endometriali e fibromi uterini possono causare aborto e infertilità.

Come si effettua la diagnosi?

 “La diagnosi dei polipi endometriali si effettua mediante ecografia transvaginale e isteroscopia ambulatoriale. Nella prima è possibile evidenziare la neoformazione tondeggiante o allungata all’interno della cavità uterina, mentre nella seconda otteniamo una visualizzazione diretta del polipo.

Anche la diagnosi dei fibromiomi si avvale dell’ecografia transvaginale, ma laddove questa sia difficoltosa si passa a risonanza magnetica, sonoisterografia e isteroscopia ambulatoriale. L’ecografia transvaginale e la risonanza sono anche utili per una corretta valutazione pre-operatoria; la sonoisterografia e l’isteroscopia di aiuto per la diagnosi e lo studio con classificazione dei fibromiomi sottomucosi”, spiega il dottor Capobianco.

Come si interviene in presenza di polipi?

“La terapia dei polipi endometriali è essenzialmente chirurgica, isteroscopica (endoscopica) ambulatoriale o in sala operatoria, in base al numero, alle dimensioni e alla localizzazione delle neoformazioni. Si procede con l’asportazione del polipo al fine di risolvere i sintomi ed effettuare la diagnosi istologica, per escludere possibili alterazioni neoplastiche. La revisione della cavità uterina (raschiamento) non viene più considerata come tecnica chirurgica perché si tratta di un intervento alla cieca che spesso non consente l’asportazione in toto della neoformazione.

Poiché i polipi possono recidivare è utile il monitoraggio ecografico e/o isteroscopico e in caso di poliposi endometriale può essere efficace il trattamento post-chirurgico con progestinico”, sottolinea lo specialista.

La terapia dei fibromi uterini

“La terapia dei fibromiomi uterini è indicata solo se questi sono sintomatici o a rapido accrescimento e può essere medica, chirurgica o radiointerventistica.

La terapia medica è stata finora rappresentata dai progestinici e dagli analoghi dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH), ma è destinata a cambiare con il recente utilizzo della molecola di Ulipristal Acetato, in grado di influenzare l’attività del progesterone intervenendo sui fattori di crescita chiave dei fibromiomi uterini. La molecola era inizialmente utilizzata per la preparazione pre-operatoria, ma a seguito di numerosi studi, viene ora indicata per la terapia medica definitiva. Questa molecola è in grado di controllare il sanguinamento e determinare la riduzione del volume dei fibromiomi in assenza di sintomi collaterali. Offre quindi la possibilità di evitare l’intervento chirurgico o comunque di creare una condizione favorevole per un intervento più semplice e conservativo.

La terapia chirurgica consiste nella rimozione dei soli fibromiomi, se la paziente è in età riproduttiva così da conservare l’organo uterino, o nella rimozione totale o parziale dell’utero (isterectomia totale o subtotale/sovracervicale) se la paziente è in perimenopausa/menopausa. L’approccio può essere laparoscopico, laparotomico e in alcuni centri robotico e dipende dalle dimensioni e numero di fibromiomi. Solo per i fibromiomi sottomucosi la tecnica chirurgica è rappresentata dall’isteroscopia operativa.

Laddove possibile le tecniche endoscopiche (laparoscopia per i fibromiomi sottosierosi e intramurali e isteroscopia per i sottomucosi) sono da preferire per la minor invasività e il miglior decorso post-operatorio con più precoce ripresa della paziente.

Un ulteriore approccio per il trattamento dei fibromiomi uterini è quello radiointerventistico tramite l’embolizzazione delle arterie uterine: una procedura poco invasiva che diminuisce l’apporto di sangue ai fibromiomi con conseguente loro riduzione e miglioramento dei sintomi; viene eseguita da un radiologo vascolare in una sala angiografica”, ha concluso il dottor Capobianco.