La prevenzione riveste un ruolo importante anche in campo neurologico. Come ci spiega la dottoressa Sabrina Guzzetti, psicologa dell’Ambulatorio di Neuropsicologia Clinica in Humanitas San Pio X: “Il progressivo invecchiamento mondiale della popolazione porta con sé un aumento dell’incidenza di malattie croniche, comprese le demenze. La demenza è una sindrome clinica caratterizzata da un’alterazione progressiva delle funzioni cognitive, con conseguente riduzione di autonomia nel paziente che ne soffre, e che può essere associata a patologie molto diverse tra loro, come per esempio l’Alzheimer e la demenza vascolare.

Le demenze rappresentano un problema di salute pubblica globale, la cui incidenza è in aumento e si stima che i casi di demenza potrebbero raddoppiare nell’arco di vent’anni. Si pensi che le persone con demenza erano 35,6 milioni nel 2010 e potrebbero essere quasi il doppio nel 2030: si tratta di un dato allarmante, che non può essere sottovalutato e che implica alti costi sia in termine di gestione economica della patologia sia in termini psicologici nei pazienti stessi e nei familiari che se ne prendono carico”.

Due tipi di fattori di rischio

“Distinguiamo fattori di rischio non modificabili, come l’età e la predisposizione genetica, e fattori di rischio modificabili. Per quanto riguarda i primi, c’è ben poco che si possa fare: è noto che più si invecchia più ci si espone al rischio di demenza e che gioca un ruolo anche la familiarità e una certa predisposizione genetica. È tuttavia bene precisare che, ad eccezione di alcune rare forme, non sono stati identificati singoli geni che causano invariabilmente la demenza. Più frequentemente si parla piuttosto di una commistione di fattori di rischio genetici che possono aumentare la probabilità di sviluppare la malattia, ma che non ne causano necessariamente l’insorgenza.

Molto si può e si deve fare invece per quanto riguarda i fattori di rischio modificabili. Sono numerosi gli studi in merito ai fattori che espongono al rischio di demenza e su quelli ritenuti protettivi. In questo senso, è centrale la prevenzione che passa anche attraverso una corretta informazione: la prevenzione primaria infatti punta a informare i cittadini su quali siano i comportamenti a rischio, fornendo loro consigli per evitarli, e su quali siano i comportamenti protettivi, su cui puntare nella vita quotidiana. La prevenzione secondaria invece, ha come obiettivo quello di rilevare eventuali segni e sintomi di una malattia in fase di insorgenza; intervenire per tempo infatti, con una diagnosi precoce, consente di migliorare le opportunità terapeutiche”, spiega la dottoressa Guzzetti.

Fattori di rischio modificabili: l’importanza di un corretto stile di vita

I fattori di rischio che presentano una maggiore solidità scientifica sono cinque:

  1. Fattori di rischio vascolari che possono predisporre non solo alla demenza vascolare, ma che rappresentano un elemento di rischio generale anche per le altre forme di deterioramento cognitivo. Ne sono un esempio: la pressione sistolica media superiore ai 140-160 mmHg, valori elevati di omocisteina, ipercolesterolemia superiore a 200-250 mg/dl e diabete mellito.
  2. Obesità con un indice di massa corporea (BMI) uguale o superiore a 30.
  3. Mancanza di attività cognitive stimolanti. Quando pensiamo alle attività che aiutino a tenere il cervello giovane e attivo, le associamo spesso all’età avanzata. Invece è bene sottolineare che le condotte virtuose sono tanto più efficaci quanto più sono protratte a lungo, soprattutto se seguite fin dalla giovane età. La scuola, l’università, ma anche la vita professionale sono occasioni per arricchire la nostra riserva cognitiva, così come sono fondamentali i corsi (musicali, ricreativi, di cucina, manuali, linguistici), le attività del tempo libero, l’enigmistica e la lettura. La riserva cognitiva designa la resilienza (ovvero la capacità di affrontare le difficoltà) del cervello al danno neurologico. Tanto più la nostra riserva cognitiva è ricca, tanto più il nostro cervello sarà capace di affrontare eventuali danni, utilizzando meglio le reti neurali di cui dispone o ricorrendo all’uso di reti neurali di scorta.
  4. Sedentarietà e mancanza di attività fisica. L’attività fisica è fondamentale in ambito preventivo, sia direttamente che indirettamente, in quanto strettamente correlata ad altri fattori di rischio come l’obesità e i fattori cardiovascolari. Sono in corso diversi studi su quale sia l’attività fisica migliore in questo senso, e le evidenze più recenti paiono suggerire che possa essere quella aerobica.
  5. Depressione, deflessione del tono dell’umore e isolamento sociale, sono tutti aspetti che possono influire negativamente sul funzionamento cognitivo. Non solo la depressione intesa come quadro patologico, ma anche un tono dell’umore basso, che porta a isolarsi, a chiudersi in casa e a non dedicarsi ad alcuna attività può rappresentare un fattore di rischio per la salute del nostro cervello.

“La progressiva diffusione delle malattie dementigene sta andando a configurare sempre più una vera e propria emergenza sanitaria, rispetto a cui non esistono ancora proposte farmacologiche davvero efficaci. La mancanza di una pillola miracolosa in grado di curare la demenza ha contribuito a far crescere attorno a questa patologia un alone di paura misto a fatalismo, specie tra chi presenta dei casi in famiglia. La demenza non è a oggi guaribile, ma è necessario sottolineare con forza che può essere permeabile a interventi di prevenzione, che, lungi dall’essere di esclusivo appannaggio dei grandi programmi di salute pubblica, possono e devono trovare applicazione nel nostro piccolo, nella nostra quotidianità, nelle scelte di ogni giorno. La paura deve cedere il passo alla conoscenza di queste patologie, in modo tale da alimentare l’adozione di uno stile di vita consapevole, che tenda a proteggere il più possibile la salute delle nostre funzioni cognitive”, ha concluso la dottoressa Guzzetti.